Cannabis e scienza gli studi più importanti sugli effetti dell'erba

Cannabis e scienza gli studi più importanti sugli effetti dell'erba

La cannabis sembra essere la nuova frontiera dell'industria farmaceutica. Negli ultimi dieci anni sono state pubblicate decine di studi sugli effetti positivi della cannabis sull'organismo umano. Gli effetti benefici della marijuana sono moltissimi, e validi nel trattamento di una vasta gamma di patologie, più o meno gravi. L'attenzione della scienza e i risultati positivi della maggior parte degli studi ha portato molti governi a interrogarsi sulle ragioni del proibizionismo, che – lentamente – sta cedendo il passo a sistemi di regolamentazione e legalizzazione variegati.

Gli effetti positivi della cannabis sono dovuti ai due principi attivi contenuti nella pianta. Il THC, responsabile dell'effetto psicoattivo della marijuana, è utilizzato soprattutto per il suo potente effetto antidolorifico. Il CBD, contenuto in alte percentuali soprattutto nella cannabis light, è noto per avere moltissime proprietà benefiche. In particolare, il CBD sembra avere:

  • Proprietà analgesiche e anti-infiammatorie
  • Riduce la percezione del dolore grazie alla sua azione sul sistema endocannabinoide umano;


  •   Proprietà ansiolitiche
  • È stato dimostrato che mitiga i sintomi associati al Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS) e al Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), causati proprio da una carenza di anandamide nel sistema endocannabinoide umano.

     

    • Proprietà antipsicotiche

    Alcune prove scientifiche suggeriscono che il cannabidiolo aiuti a trattare la schizofrenia ed altri problemi di salute mentale, come il disturbo bipolare.


  • Proprietà antiemetiche
  • L'olio di CBD può facilmente ridurre la sensazione di nausea,  trattando efficacemente i sintomi dei pazienti in chemioterapia. L'olio di CBD è facilmente digeribile, non contiene componenti chimici e non ha il sapore sgradevole dei classici farmaci antiemetici.


  • Proprietà anticonvulsivante
  • Il CBD sarebbe molto efficace nella terapie per trattare alcune forme di epilessia infantile, tra cui la Sindrome di Dravet. Gli studi sono ancora molto limitati a livello di casistica, ma i progressi fatti in questo campo sembrano promettenti.


  • Proprietà energizzanti
  • Il CBD è noto per i suoi effetti calmanti, ma ha anche proprietà energizzanti: grazie alla sua capacità di rafforzare le cellule del corpo umano, contribuisce alla loro corretta rigenerazione. È anche un ottimo antiossidante, secondo uno studio del 2008, addirittura migliore delle vitamine C e E.


    Gli studi scientifici sulla cannabis

    La cannabis è una pianta che desta da sempre molta curiosità all'interno della comunità scientifica. Il primo studio approfondito sugli effetti della marijuana è il famoso Rapporto La Guardia, promosso nel 1938 dal sindaco di New York Fiorello La Guardia. Il sindaco della Grande Mela nominò una commissione d'inchiesta formata da medici, professori e ricercatori per comprendere il modo in cui il consumo di cannabis modificava il comportamento umano.

    Dopo più di cinque anni, nel 1944, La Guardia contestò duramente la campagna di repressione che Harry Anslinger, ispettore del Bureau of Prohibition, stava conducendo contro la canapa. Harry Anslinger era un funzionario governativo, vicino al Partito Democratico, che stava premendo sul governo degli Stati Uniti per ottenere una proibizione ufficiale sulla cannabis o quantomeno una forte tassazione per scoraggiarne il commercio, utilizzando vaste operazioni di propaganda. Anslinger teneva particolarmente agli effetti negativi che la cannabis ha sulla salute, ignorandone le potenzialità farmaceutiche, oggi rivalutate.

    Il risultato più clamoroso di questo studio fu che il fumo di cannabis «non conduce alla dipendenza, nel senso medico del termine», quindi che la marijuana non è una droga pesante, in pieno contrasto con l'aspra campagna condotta da Harry Anslinger. Dopo più di cinque anni di ricerche i membri del comitato di studio redassero un catalogo di 13 punti salienti con le conclusioni alle quali erano giunti. In breve, secondo lo studio, la pratica di fumare marijuana non conduce a una forma di dipendenza patologica e non non conduce alla dipendenza da morfina o eroina o cocaina. Il Rapporto La Guardia smentiva dunque la cosiddetta teoria del passaggio”, secondo la quale l'uso di droghe leggere come quelle derivate dalla Cannabis porterebbe fisiologicamente all'uso di droghe pesanti.


    Cannabis e umore

    Il CBD è un'ottima arma contro l'ansia e lo stress. Nel 2016 i ricercatori del National Institutes of Health - University of Utah, in collaborazione con l’Università della California, hanno condotto uno studio su un gruppo di roditori, somministrandogli una sostanza chimicamente simile al CBD. Quando i ricercatori hanno bloccato i recettori della serotonina nelle cavie, hanno rilevato che gli effetti del CBD non erano più evidenti. Questo risultato suggerisce che esiste effettivamente una relazione tra i cannabinoidi e il sistema serotoninico.

    Confrontando i livelli di ansia di 50 individui che fumavano regolarmente cannabis e di 50 che non fumavano affatto, è stato scoperto che i pazienti che fumavano marijuana sperimentavano livelli molto più bassi di ansia rispetto a quelli che non lo facevano. Anche se il dosaggio e il meccanismo di consumo richiedono una maggiore ricerca, lo studio ha concluso che il CBD risulta essere un trattamento efficace per questa condizione psicologica.

    Per più di quarant'anni gli scienziati hanno ricollegato l'effetto dell'high (lo sballo dovuto al consumo di marijuana) all'interazione tra THC e dopamina. Ecco come il National Institute on Drug Abuse (NIDA) spiega l'high:

    “Il THC, che agisce attraverso i recettori dei cannabinoidi, attiva anche il sistema di ricompensa del cervello, che comprende le regioni che governano la risposta a comportamenti piacevoli sani come il sesso e il mangiare. Come la maggior parte delle altre sostanze d’abuso , il THC stimola i neuroni nel sistema di ricompensa per rilasciare la dopamina chimica di segnalazione a livelli più alti di quanto tipicamente osservato in risposta a stimoli naturali. Questo flusso di dopamina contribuisce al piacere “high” che i consumatori di marijuana cercano”.

    Oggi le cose sono un po' cambiate. Gli studi su modelli animali supportavano la teoria appena citata, mentre numerosi studi sull’uomo suggeriscono che nel migliore dei casi, il consumo di cannabis produce solo una modesta quantità di dopamina, al contrario di altre sostanze

    stimolanti come la cocaina e le anfetamine.

    Nel 2015 i ricercatori del King College di Londra hanno condotto una revisione sistematica di tutti gli studi pubblicati – 25, per l’esattezza – e hanno affermato che negli esseri umani non vi è “prova diretta che suggerisca che l’uso di cannabis riguarda il rilascio di dopamina striatale acuta o influenza stato di cronica dei recettori della dopamina su volontari sani”.


    Cannabis e PTSD

    Comunemente identificato con la sigla PTSD, il post traumatic stress disorder è il disturbo con cui in psichiatria si fa riferimento a una serie di sintomi provocati da uno shock. Spesso la chiave nella gestione del PTSD è la memoria: chi ha subito un evento traumatico spesso lo rivive attraverso ricordi, immagini, percezioni e flashback.

    Nei soggetti portatori di PTSD è stato accertato un livello più basso di anandamide, un endocannabinoide legato alla gestione e alla produzione di dopamina. Uno degli aspetti centrali del PTSD è perciò la componente deficitaria di endocannabinoidi: gli scienzati hanno stabilito che il segnale dei recettori CB-1, in condizioni normali, disattiva memorie traumatiche e permette di dimenticare. Il segnale alterato dei recettori CB-1, causato dal deficit di endocannabinoidi, risulta correlato al consolidamento di memorie avverse, alla diminuzione dell’estinzione della paura e all’ansia. Il THC sembra essere di enorme aiuto per aumentare i livelli di anandamide nell’organismo. Si ritiene però che sia preferibile associarlo al CBD che ne regola gli effetti collaterali, soprattutto quelli legati ad ansia e paranoia.


    Cannabis e metabolismo

    Il professor Murray Mittleman, membro dell’unità di ricerca epidemiologica cardiovascolare del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, ha intrapreso uno studio per analizzare la relazione fra assunzione di cannabis e i valori di insulina, glicemia, pressione del sangue, colesterolo, massa corporea e circonferenza addominale. Lo studio ha coinvolto circa 5mila pazienti fra i 20 e i 59 anni, con il supporto del National Health and Nutrition Examination Survey.

    Il risultato dello studio è sorprendente: il campione di pazienti che faceva uso abituale di cannabis presentava un livello di insulina del 16% inferiore a chi non la assumeva, oltre a maggiori livelli di colesterolo buono. Simili risultati, con minore evidenza, sono stati riscontrati per chi aveva utilizzato cannabis, ma ne ha sospeso l'assunzione prima dell’indagine.

    Tutti gli indicatori di patologie del metabolismo o vascolari considerati nella ricerca sono risultati inferiori nei consumatori attuali o passati di cannabis. I ricercatori sono convinti che esista una relazione diretta fra uso di cannabis e riduzione dei rischi di obesità e diabete: i cannabinoidi, infatti, agiscono sui recettori CB1 esercitando un’azione di bilanciamento energetico nei processi metabolici, inducendo il corpo a bruciare più calorie.


    Cannabis e memoria

    Uno dei più evidenti effetti della cannabis è l'influenza che ha sulla memoria a breve termine. Quando si è sotto l'effetto della cannabis diventa più difficile creare dei nuovi ricordi, ma anche conservare informazioni importanti come quelle sullo spazio che ci circonda. La memoria a breve termine ci permette anche di fornire risposte immediate in base al contesto: facendo uso di marijuana questa facoltà viene meno in parte o del tutto e diventa difficile interagire, sopratutto in un ambiente non familiare. Un'altra declinazione della memoria a breve termine è la cosiddetta memoria di lavoro e cioè la capacità di rispondere agli stimoli e fornire informazioni immediate alle sollecitazioni esterne.

    Uno studio del 2004 eseguito da ricercatori del San Francisco Brain Research Institute (Istituto per la Ricerca sul Cervello) e SAM Technology, ha testato la memoria di lavoro di 10 adulti immediatamente dopo il consumo di cannabis. Dopo aver consumato cannabis, i partecipanti venivano sottoposti ad un test spaziale “N-back”, che richiedeva loro di esaminare una serie di simboli ed immagini, ed identificare quelli che erano stati loro mostrati appena pochi istanti prima. Le risposte di coloro che avevano consumato cannabis furono registrate come molto più lente ed imprecise rispetto a quelle di coloro che avevano ricevuto un placebo.

    Gli effetti della cannabis sulla nostra memoria a lungo termine, purtroppo, sono molto più preoccupanti. Uno studio del 2006, pubblicato nel JAMA Internal Medicine Journal, ha trovato una forte correlazione fra l'esposizione a lungo termine alla marijuana ed il deterioramento della memoria verbale in persone di mezza età (fra 18 e 30 anni). Lo studio comprendeva un campione di più di 5000 partecipanti e scoprì che l'uso di marijuana a lungo termine aveva un impatto significativo sulla memoria verbale. In media, per ogni 5 anni di uso di cannabis, il 50% dei partecipanti dimenticava 1 parola su una lista di 15 presentata loro come parte del test.

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