Si può usare la cannabis durante una gravidanza?

Si può usare la cannabis durante una gravidanza?

E’ tale il rispetto per il corpo di una donna durante la gravidanza, che qualsiasi discussione che abbia per tema l’assunzione di farmaci o sostanze alteranti da parte di una donna incinta rischia di degenerare. Di offendere qualche sensibilità, di scandalizzare.
E’ -diciamolo- praticamente un argomento tabù.

Nella società occidentale (e in specie per i popoli latini, e in particolar modo in Italia), i bambini, i neonati e le donne in gravidanza godono di un’attenzione che ad altri popoli (per esempio nell’Europa del nord, o negli Stati Uniti) sembra eccessiva e quasi ridicola.
La maternità è considerata ampiamente l’evento più “alto” nella vita di una donna. Dalla quale ci si aspettano enormi sacrifici per garantire il perfetto sviluppo del feto. La rinuncia immediata e incondizionata agli alcolici, al tabacco, al caffè, a un’infinità di cibi potenzialmente anche solo vagamente dannosi. L’adozione di uno stile di vita equilibrato e sano, privo di sforzi fisici o traumi psicologici e orientato ad attività di relax e benessere.

Dopo una simile premessa, si potrebbe pensare che la domanda che costituisce il titolo di questo articolo sia blasfema quanto nominare Rocco Siffredi sotto la Cappella Sistina.
E in effetti, chi scrive invita per primo i lettori e le lettrici ad una estrema cautela nel considerare le argomentazioni esposte di seguito.
Raccomandazioni e scrupoli a parte, la domanda in oggetto è una domanda che in molti (o più probabilmente in molte) si pongono, perché anche la cannabis (a differenza per esempio del tabacco, e della maggior parte dei liquori) è associata al concetto di “prodotto naturale”, benigno, puro. Diremo insomma che quella del titolo è una domanda “lecita”.

Anche perché -al netto delle possibili sofisticazioni in fase di coltivazione- persino la marijuana non è che una pianta, ottenuta dalla posa di un seme annacquato periodicamente, niente di più. E il suo prodotto finale, quello destinato al consumo (prevalentemente le cime) non deve subire alcun trattamento, chimico o meno, prima dell’assunzione. Viene raccolto, essiccato e consumato. Come milioni di altri prodotti della terra che l’uomo raccoglie, essicca, e consuma.


La marijuana può far male alle donne in gravidanza?

Se non siete ancora convinti della associazione gravidanza-cannabis, cominciamo da un dato: in Giamaica, molte donne ricorrono disinvoltamente alla marijuana (prevalentemente sotto forma di tè o tonico) per alleviare nausea, stress e depressione spesso associati ai vari cicli della gravidanza. Soprattutto durante il primo trimestre.


Prima di continuare è bene ricordare a tutti che esistono molti tipi di cannabis, e che il suo impatto sull’organismo dipende in massima parte della composizione, dalla tipologia di cannabis. Indica o sativa, psicoattiva o non psicoattiva, ad alto contenuto di CBD o ad alto contenuto di THC, per uso medico o ricreazionale eccetera eccetera.


Sono molte le domande spontanee: il THC può danneggiare il feto? E in seguito è trasmissibile attraverso il latte materno?
Il problema principale per quel che riguarda gli studi sul consumo di marijuana in gravidanza, è essenzialmente rappresentato dal fatto che nella quasi totalità dei casi documentati al mondo, le donne prese in esame avevano assunto assieme alla marijuana anche alcol, tabacco e altre sostanze alteranti più o meno leggere. Ovvero avevano mantenuto il loro regime abituale anche dopo essere rimaste incinta.


In molti casi i loro neonati presentavano dei problemi, ma la pratica rende molto difficile scindere l’effetto delle diverse molecole delle sostanze assunte: era la marijuana a danneggiare il feto o una delle altre sostanze?
Non solo: poiché nella maggior parte dei Paesi del mondo la coltivazione e il possesso di marijuana sono severamente proibiti, le mamme in questione si erano presumibilmente rivolte allo spaccio illegale. Ma -risaputamente- spaccio illegale significa assenza di controlli di qualità, e quindi un prodotto finale alterato da erbicidi o pesticidi in eccesso, o sostanze chimiche per potenziare arbitrariamente l’effetto dell’erba.


Insomma: se è vero che molti dei bimbi nati da queste mamme presentavano dei problemi (dall’essere lievemente sottopeso, o con una circonferenza cranica lievemente inferiore alla media, al presentare malformazioni anche gravi) è pur vero che in pochi casi i campioni presi in esame avevano assunto solamente pura e semplice cannabis.
D’altronde, è accertato che il THC attraversa la placenta, ma con quali effetti sul lungo termine ancora non è chiaro: si pensa che possa arrecare danni allo sviluppo del cervello, ma non ci sono certezze.


In una ricerca di diversi anni fa (The Association of Marijuana Use with Outcome of Pregnancy) era emerso che da un campione di più di milleduecento donne che avevano testimoniato di aver fatto uso di cannabis durante i nove mesi fatidici erano nati bambini con una percentuale di malformazioni congenite assolutamente nella norma.
Il problema, se così lo si vuol chiamare, è che la maggior parte delle mamme avevano riferito di aver fumato solo “occasionalmente”. Per lo stesso motivo crediamo vadano presi con le molle risultati di un’altra ricerca con lo stesso target che avrebbe evidenziato come i figli di mamme assuntrici di marijuana, una volta giunti in età scolare mostravano rendimenti inferiori alla media.


Insomma: la difficoltà nel raffronto di questi dati è causata da un certo empirismo. Inoltre naturalmente è eticamente inaccettabile avviare una sperimentazione ad hoc di consumo di marijuana durante la gravidanza, perciò non si può che rifarsi ai dati… incidentalmente in nostro possesso.


Un altro aspetto che rischia di viziare le considerazioni che si possono trarre da questi dati subentra quando la ricerca, o il sondaggio in questione risalgono a molti anni fa. Sappiamo infatti che nell’erba il contenuto di tetraidrocannabinolo - THC può essere variabile, ma di certo è esponenzialmente aumentato negli ultimi tempi, e quindi dati sull’uso di marijuana che erano attendibili dieci anni fa potrebbero non esserlo più oggi.


La cannabis light fa male in gravidanza?

Quanto detto fin qui invita a un certo scetticismo circa il consumo di marijuana in gravidanza, per quella che potremmo chiamare “assenza di evidenza di sicurezza”. Ma qual è la posizione della cannabis light? Anche il CBD può essere dannoso per un bimbo nel pancione?
Benché certamente meno studiato del fratello psicoattivo, nessun dato a tutt’oggi autorizza a sospettare che il CBD possa danneggiare il feto.
Per contro, almeno sulla carta potrebbe essere di grandissimo aiuto.

Per esempio sappiamo che il CBD rilassa i muscoli, e questo potrebbe renderlo un valido aiuto per ridurre il dolore delle contrazioni indotte dall’ossitocina. Dal momento che la inalazione di fumi di una combustione è certamente non raccomandabile in gravidanza (sia esso tabacco, marijuana o altro) il metodo maggiormente raccomandabile per l’assunzione di CBD restano i prodotti edibili e l’olio, facilmente reperibile in commercio.

Sappiamo anche che il CBD (sotto forma di oli, lozioni o capsule) è un “armonizzatore”: tende cioè a regolarizzare i cicli di sonno-veglia e l’appetito (a differenza del THC, che tende ad aumentarli e basta): quale miglior notizia per un periodo -quello della gravidanza appunto- in cui il sonno, l’umore e l’appetito si comportano come cavalli imbizzarriti?


E -sempre a proposito dell’umore- il CBD è un valido aiuto anche per la depressione post-partum, o baby-blues nelle sue manifestazioni più lievi.
Però attenzione: consultate sempre un medico prima di intraprendere iniziative personali!

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