Vendere cannabis light in tabaccheria

Vendere cannabis light in tabaccheria

Infiorescenze di marijuana accanto alle sigarette: è possibile? 

Il 2019 è stato l'annus horribilis della cannabis light. Se a partire dal 2016 le sorti della cannabis sembravano al sicuro da proclami e strumentalizzazioni, nel corso del 2019 sono cambiate molte cose. Ciò che sembrava sicuro è diventato vago, ciò che sembrava legale è stato messo in dubbio e quella che doveva essere una rivoluzione si è trasformata in una slavina di carte bollate e dichiarazioni di guerra. 

La legalizzazione del 2016 aveva apparentemente ribaltato la situazione: i negozi di cannabis light aprivano come funghi - con le loro vetrine cariche di infiorescenze, edible e cosmetici a base di CBD, in edicola venivano venduti campioni di cime essiccate di fianco alle figurine Panini e in tabaccheria la cannabis light si trovava tra sigari e chewing-gum. La gente iniziava ad abituarsi all'idea. Ci sarebbe voluto del tempo, nessuno sperava in una rivoluzione lampo, ma qualcosa stava succedendo. 

Il proibizionismo è un problema culturale molto difficile da combattere. Spesso si va oltre la presunta pericolosità della sostanza: per i proibizionisti il problema non sono né la cannabis né i suoi effetti, ma l'idea stessa dello “spinello” con tutto l'immaginario reazionario che si porta dietro. Dare in pasto a queste persone l'estetica della marijuana, replicata in decine di vetrine in ogni città, di sicuro avrebbe potuto contribuire a rendere la cannabis più tollerata. 

Per un attimo sembrava funzionare, poi è arrivato Matteo Salvini. Con alle spalle un esercito di simili, l'allora Ministro dell'Interno lanciò il guanto di sfida al cannabusiness, promettendo di fare la guerra ai negozi di cannabis light. “Uno a uno, li chiuderò tutti” tuonava Salvini dai palchi di mezza Italia. 


Com'era la situazione prima del 2019? 

Fino a prima di Salvini la situazione era abbastanza chiara. 

L'Italia nel 2016 ha scelto di legalizzare la cannabis light, cannabis sativa quasi del tutto priva di THC e ricca di CBD, principio attivo non psicoattivo responsabile degli effetti positivi della marijuana sull'umore e sull'organismo. La cannabis light venduta in Italia deve essere prodotta sul territorio nazionale, scegliendo una tra le otto genetiche italiane presenti nel Catalogo ufficiale della Comunità europea, dal momento che la legge 242/2016 vieta l'importazione e l'ibridazione delle piante di marijuana light.  

La legge 242/2016 è operativa dal gennaio del 2018 e permette la “coltivazione di canapa delle varietà ammesse iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’articolo 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002, le quali non rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope”. La legge legalizza anche la vendita di derivati della cannabis e nulla diceva espressamente a proposito delle infiorescenze, che da subito sono state vendute persino nei tabaccai. 

Dopo il boom iniziale in canapai e grow shop, la marijuana legale è comparsa nelle tabaccherie a partire dal settembre del 2018, nonostante l'allerta della Federazione Italiana Tabaccai, che aveva consigliato ai propri associati di non lasciarsi ammaliare da questo mercato in crescita. La FIT ha preferito andarci piano, perché ciò che viene venduto nelle tabaccherie deve essere necessariamente approvato del Ministero della salute, poiché è vietato vendere prodotti surrogati del tabacco in assenza di una disposizione esatta a livello nazionale. 

Alcuni esercenti sono stati più coraggiosi, come questo titolare di un tabaccheria del centro di Bologna: «Io sono un commerciante e ovviamente mi apro a tutte le possibilità di guadagno. Se in Italia ormai è legale, non vedo quale sia il problema. In fondo è un prodotto come tanti altri, con Iva al 22% e senza la necessità di alcuna licenza particolare». «I primi risultati sono stati buoni — aggiunge — e ad acquistarla sono soprattutto persone fra i 30 e i 40 anni, che però di solito non consumano marijuana».

Non è l'unico tabaccaio del centro di Bologna ad aver scelto di rischiare e vendere la cannabis light. La testimonianza di un altro esercente del centro è illuminante per individuare gli acquirenti tipo della cannabis light. Secondo il tabaccaio: «Rispetto ai clienti più grandi, i ragazzini sembrano molto scettici, forse perché preferiscono cannabis con Thc più alto. Alla fine dei conti si tratta di un prodotto in linea con questo genere di attività. Ne abbiamo di diversi tipi, in base ad ogni esigenza, e fra i miei clienti che acquistano ce n’è anche uno con problemi alla schiena, in seguito ad un incidente, che usa la cannabis light come antidolorifico».


Cosa succede nel 2019?

Il 30 maggio la Corte di Cassazione si è pronunciata definitivamente sulle sorti della cannabis light. Secondo la Cassazione la legge 242/2016 non permette la vendita di prodotti derivati dalla cannabis diversi dai prodotti tessili e alimentari, dal momento che la norma non nomina mai né le infiorescenze né gli estratti. La Cassazione ha vietato la vendita di derivati della cannabis, salvo che risultino “privi di efficacia drogante”. Attualmente la concentrazione di THC deve essere inferiore allo 0,2%, ma questo non basterà a liberare i rivenditori. I prodotti infatti potranno essere sottoposti a sequestro e analizzati, per poi essere restituiti una volta accertata l'assenza di “efficacia drogante”.

Il caos regna sovrano. Nelle Marche, appena qualche settimana fa, sono stati chiusi quattro negozi di cannabis light e denunciati per spaccio i titolari. L'operazione è stata attivata dopo l’input ricevuto da alcuni cittadini che hanno segnalato che nei negozi venivano venduti prodotti contenenti infiorescenze di marijuana light. Il questore di Macerata Antonio Pignataro ribadisce che è necessario un intervento del legislatore in materia, «anche per evitare che le autorità locali agiscano in maniera differente l’una dall’altra». 


Cosa cambia per i tabaccai?

Al di là della questione legata alla modifica della legge 242/2016, la vendita della marijuana light – per ora – continua.

La questione, però, diventa molto singolare se si parla di tabaccherie: la marijuana light può essere venduta dovunque, persino in un negozio di abbigliamento o in un'edicola, ma non dal tabaccaio. 

Perchè? Per la vendita di tabacco, liquido per le sigarette elettroniche e qualsiasi altro surrogato del tabacco è obbligatorio, per mantenere la licenza, rifornirsi dai cosiddetti “depositi fiscali territoriali” dell’Aams. La cannabis ovviamente qui non si trova e i tabaccai la acquistano da fornitori privati. Il dato singolare però è che la cannabis light è considerata un prodotto ad uso tecnico, non destinato all’inalazione. E dunque, non paragonabile a tabacco, filtri e cartine, almeno formalmente. Il cortocircuito è evidente.

Lo stesso è accaduto con il liquido per le sigarette elettroniche: inizialmente poteva essere venduto ovunque ma non in tabaccheria, ma dal 1 gennaio 2019 – dopo un iter legislativo lungo e complesso – ha avuto l'ok dal Monopolio. 

I tabaccai sono preoccupati: i controlli iniziano a farsi stringenti. A causa di cosa? Di un vuoto normativo che dovrebbe essere colmato, come si augura la Fit, Federazione Italiana Tabaccai. “Come rete dello Stato ci proponiamo per poter effettuare questa vendita” è il messaggio del presidente provinciale Fit di Milano, Emanuele Morinoni. “La decisione finale non spetta a noi e sarà il frutto di una discussione tuttora in corsa. Ci auguriamo sia il più veloce possibile”.


Cannabis light e tabaccherie: quali sono i rischi? 


L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha avviato controlli a tappeto per stanare i tabaccai che vendono cannabis light. Le sanzioni,  per chi in assenza di un espresso divieto sceglie di vendere la marijuana light, vanno da una multa da 258 euro fino al rischio di vedersi ritirata la licenza. 

A Bologna i controlli sono stati tantissimi e anche i multati. L’infrazione contestata è la seguente: «È vietato vendere prodotti surrogati del tabacco, come specificato dalla nostra direzione generale, in assenza di una disposizione esatta a livello nazionale». Le tabaccherie multate devono immediatamente cessare la vendita di prodotti a base di canapa, pena il rischio di vedersi ritirare la licenza. L'Emilia Romagna non è la sola regione in cui l'attenzione sul tema è alta. I tabaccai trentini il 25 settembre si sono svegliati con questo SMS della FEDERAZIONE ITALIANA TABACCAI: “Attenzione! Canapa legale - stop alla vendita di infiorescenze, oli e resine - Controlli di Agenzia dogane e monopoli in corso - sanzioni penali per i trasgressori”. A quanto pare sms analoghi sarebbero stati inviati a diversi esercenti di varie zone d’Italia.

Da tempo i tabaccai, attraverso la Fit, avevano chiesto un intervento che facesse luce sulla liceità della vendita al pubblico dei prodotti a base di cannabis light. Il legislatore ha taciuto per oltre 2 anni e, quando si è mosso, ha agito con le sanzioni. 

Una legge in merito esiste e non sembra proprio escludere la possibilità di vendere la cannabis light nelle tabaccherie. La legge in questione è la n.1074/1968, che vieta ai Sali e Tabacchi di “vendere prodotti atti a surrogare i generi di Monopolio”: vuol dire che nessun tabaccaio può vendere prodotti da fumo privi di licenza dei Monopoli dello stato. E qui sta l'inghippo. La cannabis light, infatti, è certificata come prodotto ad “uso tecnico” e non destinato all’inalazione, perciò non può essere considerata un prodotto sostitutivo del tabacco, anche se la direzione regionale dell’Agenzia dei Monopoli di Bologna non sembra dello stesso parere. 

0 commenti

Scrivi un commento

I commenti sono moderati