Coltivare cannabis light in Italia

Coltivare cannabis light in Italia

Stando ai dati della Coldiretti, nell’ultimo quinquennio i terreni sfruttati per la coltivazione della canapa in Italia sono decuplicati. Si è passati dai 400 ettari del 2013 ai circa 4.000 del 2018. Dato il cospicuo incremento, è ora di osservare questo fenomeno in modo più approfondito. Per capire come muoversi e cosa sia meglio sapere prima di fare il grande passo.


Coltivare cannabis italiana?

Prima di tutto: è legale? Lo è, ma a determinate condizioni. Grazie alla legge 242/2016 che ha regolamentato la coltivazione e la filiera agroindustriale della marijuana light nel nostro Paese. Attualmente non è più necessaria alcuna autorizzazione. Ma solo per la semina delle varietà di canapa certificate con un tasso di THC che può essere non superiore allo 0,2%. È inoltre tollerata una oscillazione del valore di THC fino al limite dello 0,6%. Entro il quale l’agricoltore non incorre in alcuna sanzione. Mentre permane l’obbligo della conservazione dei cartellini delle sementi (iscritte nel catalogo ufficiale) utilizzate per almeno 12 mesi. Attualmente, le coltivazioni ammesse sono a uso industriale (biomassa). Per la produzione a scopo ornamentale e alimentare attraverso la lavorazione dei semi privi di principi psicotropi.

Quali usi possibili?

Esiste una grande quantità di alimenti ricavati dalla lavorazione dei semi di canapa light, tra i quali farine, biscotti e pane. Sostanze ricche di aminoacidi essenziali, altamente digeribili. Le virtù dell’olio di canapa sono riconosciute dal Ministero della Salute e dall’Oms. Dalla canapa si ricavano prodotti usati per la cosmetica, tessuti naturali particolarmente apprezzati per l’abbigliamento, fibre e resine estremamente resistenti per l’arredo.

La canapa è presente anche nella bioedilizia in virtù delle sue capacità isolanti, oltre a essere distribuita sotto forma di pellet ecologico. (Un discorso a parte è quello relativo alla coltivazione della cannabis a uso terapeutico, la cosiddetta “cannabis di Stato”. Prodotta esclusivamente nello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze). 

Si aggiunge a questa lunga lista la produzione di canapa industriale. Coltivazione che sfrutta le infiorescenze appartenenti alle varietà di canapa ammesse per usi industriali già presenti nell’elenco ufficiale delle sementi coltivabili. I fiori usati per la distribuzione sono da ritenersi eccedenze riconducibili alla produzione destinata ad altri scopi.

Sebbene la infiorescenza di Cannabis non sia classificata come prodotto medicinale, da combustione o alimentare, è stato possibile infine vederne regolamentata la produzione e il commercio. Il Ministero delle politiche agricole ha confermato la legittimità della coltivazione della Cannabis Sativa in Italia. Coltivare cannabis light è legale, purché siano osservate alcune regole.


Se è possibile, a quali condizioni?

Una circolare del Ministero delle politiche agricole ha chiarito quali siano le condizioni che rendono possibile la coltivazione della cannabis light:

  1. deve essere prodotta da seme certificato;
  2. Non è ammessa la riproduzione in via agamica (cioè attraverso la formazione di nuovi organismi a partire da un unico organismo);
  3. è obbligatorio conservare l’etichetta della semente certificata e la relativa certificazione di acquisto per un periodo di almeno 12 mesi.
  4. la vendita di piante di canapa a scopo ornamentale è consentita senza autorizzazione, sempre a condizione che siano rispettati i limiti stabiliti di THC.
  5. le piante importate a fini commerciali da altri Paesi fanno riferimento alla normativa dell’Unione Europea.

 
Meglio outdoor o indoor?

A questo punto è opportuno chiederci quale modello di coltura garantisca una migliore resa preservando la salute delle piante. Esistono specifiche caratteristiche riconducibili a due opzioni:

- La coltivazione outdoor è in campo aperto. Richiede terreni con le giuste caratteristiche e grandi spazi per garantire alla pianta una crescita naturale. Sebbene la coltivazione outdoor sia più semplice ed economica, risulta essere meno redditizia e più rischiosa.

- La coltivazione indoor è più variegata, concepita per ottenere prodotti di qualità elevata. Ma se da un lato offre la certezza del raccolto, un raccolto ciclico e una crescita rapida sfruttando spazi ridotti, è altresì vero che questo comporti un incremento esponenziale delle spese e certamente un maggiore impegno.

 

Scendere in campo

Ci si può improvvisare coltivatori? Facciamo un piccolo esempio: mettiamo che abbiate a disposizione un ettaro coltivabile. Ovviamente, dopo aver provveduto a una buona aratura, fresatura e realizzato un impianto di irrigazione dovrete pensare ad adibire una zona chiusa per l’essiccazione. La selezione ed eliminazione delle impurità del prodotto raccolto sono fondamentali. È bene conoscere il livello di nutrimento offerto dal terreno, le condizioni climatiche dell’area geografica. Infine stabilire un corretto piano di irrigazione e di eventuale rivitalizzazione dell’humus presente nel terreno. Quale potrebbe essere il risultato?

Passiamo al raccolto. Nel caso delle infiorescenze, il momento della raccolta è determinato da due fattori. L’apice della maturazione dei fiori e le condizioni climatiche favorevoli a compiere l’operazione. A cose fatte, potreste avere ottenuto dal vostro ettaro ipotetico dai 500 ai 1000 Kg di prodotto commerciabile.


Eppure, lo avevamo già fatto

In Italia la produzione della canapa non è esattamente una novità. Negli anni Quaranta del secolo scorso, con quasi 100mila ettari coltivati, il nostro Paese era il secondo maggior produttore di canapa al mondo (dopo l’Unione Sovietica). Negli anni dell’embargo, persino la dittatura fascista aveva tentato di ottemperare alla scarsa reperibilità di alcune materie comuni. Soprattutto ricorrendo alle virtù della canapa per gli usi più vari (primo fra tutti, l’abbigliamento).

La canapa infatti cresceva rigogliosa e con grande facilità in regioni come l’Emilia-Romagna. Il declino sarebbe arrivato con l’industrializzazione, la crescita dei prodotti derivati del petrolchimico, l’arrivo sul mercato delle fibre sintetiche. A questo si aggiunse la campagna internazionale contro gli stupefacenti. Che ne sancì la repentina eliminazione, finalizzata al bando definitivo, per una pianta ritenuta “altamente pericolosa”.

La sottoscrizione della “Convenzione Unica sulle Sostanze Stupefacenti” da parte dell’Italia nel 1961. E soprattutto la “legge Cossiga” contro gli stupefacenti del 1975, decretarono la sparizione della Canapa dai paesaggi italiani.

Ma oggi è un’altra storia.

 

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