Fame chimica e cannabis: perché?

Fame chimica e cannabis: perché?

Prima di affrontare l’argomento di questo articolo dobbiamo specificare che i contenuti sono adatti solo ad un’utenza adulta e nel rispetto delle leggi locali.

Lanciarsi in un elenco degli effetti della cannabis sul consumatore è un’impresa ardua. La gamma è molto ampia e soggettiva, per non parlare del fatto che alcuni di questi effetti sono potenti e immediati, altri latenti. Reali, ma a malapena percepiti.
La componente psicoattiva della cannabis ad alto contenuto di THC complica ulteriormente le cose. Gli effetti psicotropi riscontrati e documentati sono estremamente variabili, e tendono a sconfinare l’uno nell’altro senza limiti ben precisi.


Se una disamina degli effetti è quasi improba, uno studio della risposta agli stimoli dei cannabinoidi ancora di più. Qui entrano in gioco non solo le varie soggettività, ma anche la difficoltà di esprimere a parole la distorsione della realtà. E le relative sensazioni trasversali, che coinvolgono sensi e stati d’animo insieme.
Se quindi è avventato indurre qualcuno a provare la marijuana sulla base dell’errata ipotesi che sappiamo precisamente a cosa andrà incontro, è pur vero che si possono isolare degli stereotipi a cui pochi consumatori sfuggono. O che comunque contengono un fondo di verità.


Esiste cioè un identikit del “dopo aver assunto cannabis” in cui il consumatore occasionale si riconoscerà almeno in parte.
Tipo: occhi glassati e rossicci, lingua felpata, dita freddine, scarsa propensione all’azione e forte inclinazione al lato buffo della realtà. E fame. Tanta fame.

 

Cannabis e fame

Una sensazione di fame improvvisa, inconsueta perché immotivata, che se ne frega della effettiva pienezza dello stomaco. Una smania di cibo che non va per il sottile ma che non è esattamente ingordigia. Perché il gusto come altri sensi è acuito dagli effetti della cannabis ed è quindi una fame che si sazia gustando.
Questo naturalmente non significa che la marijuana trasforma in buongustai. Anzi: un recente studio portato avanti da due economi americani ha seguito da vicino le abitudini alimentari degli americani adulti residenti in aree in cui era stata legalizzata la marijuana anche a scopo ricreazionale.


I dati indicano che in seguito alla legalizzazione sono sensibilmente aumentati i consumi di biscotti, patatine fritte e gelati: junk food 
Va sottolineato però come questo sia solo uno studio dichiaratamente “osservazionale”. Basato cioè su dati legati al consumo di junk food senza un approfondimento con interviste sui reali motivi di questo incremento.

Questo aspetto lascia aperta la legittima ipotesi che se a qualcuno piace il junk food, dopo aver assunto marijuana bramerà più junk food. Ciò che è certo è che in quel caso se lo gusterà particolarmente.
Questa fame-da-cannabis in Italia è conosciuta con la locuzione gergale di “fame chimica” e qualunque sia la sua origine geografica questa locuzione ha superato i confini della provincia. Per diventare un motto riconoscibile lungo tutto lo Stivale.
Naturalmente c’è stato subito chi ci ha visto un efficace specchietto per le allodole. E Fame chimica è presto diventato un nome ideale per un locale che fa da mangiare fino a tardi. C’è infatti un “Fame chimica” ad Adria in provincia di Rovigo, un altro a Prato e uno a Bologna, e va’ a sapere quanti altri. E Fame chimica è anche il titolo del film di Antonio Bocola del 2003.

E’ come una strizzatina d’occhi collettiva: dici fame chimica e tutti sanno di cosa stai parlando.
L’epiteto “chimica” rende bene l’idea di una fame che sfugge al controllo: assumi marijuana, lei scende e preme un bottone che innesca la fame. E in effetti a innescarla è proprio una reazione chimica.

Oggi sappiamo che il sistema endocannabinoide è coinvolto nei meccanismi che regolano l’appetito. Ma cosa sappiamo sui meccanismi che innescano questo appetito e sulla loro relazione con il THC? Le ipotesi sono circoscritte.

 

Qualche spiegazione possibile


Uno studio condotto sui topi da un ricercatore italiano per l’Università di Bordeaux ha evidenziato come nelle cavie il THC si adatti al bulbo olfattivo. Incrementando il senso dell’olfatto e dunque stimolando i topi a ricercare con maggiore frequenza il cibo a disposizione.
Replicando l’esperimento con topi il cui DNA era stato modificato per annullarne l’olfatto, i topi che avevano assunto THC mostravano invece un appetito nella norma. E fin qui tutto chiaro.
Ma la questione sembrerebbe più complessa.

 

Secondo un autorevole studio della Yale University a indurre l’appetito sarebbe l’azione che il THC, paradossalmente esercita sul gruppo di neuroni predisposti a promuovere il senso di sazietà nell’essere umano. Avete letto bene.
Cioè: gli stessi neuroni che intervengono per comunicarci che il pasto è sufficiente ed è ora di smetterla, vengono “corrotti” per comunicarci il messaggio opposto.

Questa caratteristica, ampiamente nota prima che se ne studiasse una spiegazione, è diventata recentemente una freccia all’arco di quei sistemi sanitari che consentono l’impiego di cannabis a fini terapeutici. Sono parecchie infatti le patologie o le condizioni cliniche che includono fra gli effetti collaterali una sopravvenuta inappetenza.
Fra le persone toccate da questo problema rientrano pazienti con patologie che richiedano terapie estremamente invasive o persone con gravi disordini alimentari come l’anoressia. Ma anche più semplicemente anziani che risentono della naturale inappetenza che subentra con l’età e che può comprometterne il vigore e la salute.


Ma allo stesso tempo in un sempre più ampio panorama globale di consumo di cannabis è venuto alla luce l’altro lato della medaglia, cioè: i problemi legati proprio alla “fame chimica”. In altre parole: non tutti i consumatori di cannabis includono la fame chimica fra gli effetti desiderati o quanto meno non sgraditi.


I motivi sono evidenti. Il succitato esempio dell’incremento di consumo di junk food, che negli Stati Uniti rappresenta una piaga sanitaria, è sufficiente a rendere l’idea di come non sempre l’appetito sia sintomo di buona salute. E, più prosaicamente, c’è un’età oltre la quale la spaghettata a mezzanotte è un lusso che si paga a caro prezzo.

E come difendersi, dunque, quando la fame chimica diventa un problema e non più una risorsa? Dipende da chi siete.


Che fare quando l’appetito è indesiderato

Se siete degli intenditori e potete permettervi il lusso di scegliere quale tipo di erba consumare, il prevedibile consiglio è di evitare le specie di marijuana che dichiaratamente incrementano l’appetito:  Somango XL, Royal Cookies e Pineapple Cush in particolare.
Ma anche così, sarete nei guai. Se è buona, farà venire fame. E dunque l’unica vera soluzione sono gli eterni consigli della nonna: mangiare sano.


Certo il sedano non è la prima cosa di cui venga voglia dopo una canna, ma frutta e verdura costituiscono un “inganno efficace”: generano sazietà e vengono smaltite in fretta. Più in generale, una bustina di zucchero aiuterà a contrastare la fame chimica da cannabis.
E a proposito di cannabis: abbiamo parlato finora solo di THC, il principio attivo per eccellenza della marijuana.


Fame chimica e CBD

E la cannabis light? E il CBD?
Il CBD, nei confronti dell’appetito, si comporta nel suo modo classico: è un regolatore, i cui benefici si riscontrano tramite un’assunzione regolare e prolungata.


Tanto per cominciare il CBD contrasta l’effetto del THC (nei casi in cui i due si trovino in concentrazioni che ne consentano una competizione leale!) “impedendogli” di stimolare l’appetito. Ed è questa una sua caratteristica molto apprezzata.

Ma se assunto singolarmente in una delle forme in cui viene regolarmente commercializzato (dall’olio ai cristalli passando per le compresse) o se cucinato, il CBD aiuta a bruciare calorie. Allevia la nausea e regolarizza i cicli dell’appetito.


Ma se assunto singolarmente in una delle forme in cui viene regolarmente commercializzato (dall’olio ai cristalli passando per le compresse) o se cucinato, il CBD aiuta a bruciare calorie. Allevia la nausea e regolarizza i cicli dell’appetito.

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