Cosa sono i tricomi della Cannabis.

Cosa sono i tricomi della Cannabis.

In tutti gli articoli in cui ci siamo occupati di cannabis e suoi derivati, ci siamo spesso soffermati su alcune delle loro innumerevoli potenzialità. Dal punto di vista dell’impiego pratico, terapeutico e ricreazionale.
Del primo gruppo abbiamo visto far parte per esempio lo sfruttamento della fibra tessile ricavata dal fusto. Gli studi sull’impiego dell’etanolo di canapa come forma di combustibile alternativo ai combustibili fossili e l’impiego della canapa nella gastronomia mondiale.

Del secondo gruppo abbiamo ripetutamente preso in esame i vari aspetti dell’impiego ricreativo e sanitario, resi possibili prevalentemente dai citati cannabinoidi THC e CBD. Le cui similarità e divergenze abbiamo diffusamente analizzato in un articolo specifico.
Per poter scendere nel dettaglio e spiegare più approfonditamente l’evoluzione millenaria della pianta di cannabis, le sue potenzialità di sfruttamento, il suo ciclo vitale e il funzionamento dei suoi principi attivi abbiamo spesso dovuto fare ricorso a premesse o digressioni sulla morfologia della pianta. Nelle sue due varietà di sativa e indica.
E così, per esempio, abbiamo visto che le due specie hanno sviluppato diverse forme. Non solo! Anche dimensioni di foglie e fusto per potersi adattare al meglio alle diverse condizioni climatiche in cui si sono evolute.


Per quanto riguarda lo studio dei due principali cannabinoidi, invece, abbiamo dovuto introdurre temi citati nell’ambito della chimica e divulgare inevitabilmente termini tecnici di raro sfoggio. Cannabidiolo, barriera encefalica, tetraidrocannabinolo eccetera.
Oggi analizzeremo altri componenti della cannabis di cui la maggior parte dei consumatori vanta un’esperienza… pratica ma non teorica!



Cosa sono e come appaiono i tricomi?

Stiamo parlando dei tricomi, ennesimo termine tecnico mutuato dalla botanica. Questa volta però tratteremo una caratteristica della pianta impossibile da vedere a occhio nudo. Individuata chiaramente solo in seguito all’impiego di un microscopio.

Se è vero che non si possono vedere chiaramente e singolarmente è vero però che i tricomi sono fra i responsabili della colorazione della pianta. Questa facilmente individuabile a un semplice sguardo. I tricomi si possono inoltre toccare ed esperire!
Sono infatti i responsabili di quel senso di appiccicaticcio sulle dita quando maneggiate piante di cannabis. E più in generale degli effetti dei cannabinoidi su chi li assume, sballo compreso. Vediamo dunque di cosa si tratta.

I tricomi sono essenzialmente delle secrezioni epidermiche spontanee emanate dalla pianta di cannabis durante il suo ciclo vitale. La parola proviene dal termine greco Tríchōma, che significa “crescita di peli”.
E in effetti i tricomi al microscopio appaiono come una vasta radura di peletti. Anche se zoomando ulteriormente ci si accorge che ognuno di questi peletti è sormontato da una piccola capocchia a forma di fungo. Che lo fa somigliare più a un microscopico funghetto.
Sono sostanzialmente ghiandole di resina. La loro disposizione, sulla superficie delle infiorescenze tramite una conformazione “a puntaspilli” è resa possibile dalla notevole densità della resina contenuta.


Questa “peluria” resinosa è una difesa, una barriera che la pianta erige contro fattori climatici o agenti meccanici esterni nocivi.

 

A cosa servono i tricomi?


Abbiamo già visto come durante la sua evoluzione millenaria la cannabis abbia attuato una serie di strategie difensive, prevalentemente morfologiche. Atte a proteggerla da climi eccessivamente umidi e soffocanti o al contrario aridi e freddi. I tricomi sono un’altra arma difensiva.
La pianta di cannabis inizia la produzione di tricomi non appena il seme germoglia. Questa produzione procede incessantemente e regolarmente fino a raggiungere il suo apice durante la fase di fioritura. “Colorando” con lievi sfumature calde una pianta che fino a poco prima sembrava solo verde. Fino ad arrivare all’apice della crescita nelle ultime settimane di fioritura.
Essi sono diversi e specializzati: possono crescere nella parte inferiore delle foglie, nei fusti, nei piccioli o nei fiori. Possono essere costituiti da una singola cellula ma possono essere anche pluricellulari. Esistono “tricomi ghiandolari sessili”, “tricomi capitati peduncolati”, “tricomi bulbosi” o “tricomi cistolítici”. Ognuno con forme e dimensioni diverse.

Queste goccioline prodotte dalla pianta la proteggono da una serie di aggressioni esterne. Insetti nocivi, l’usura da sfregamento dei rami al vento. Inoltre costituiscono un filtro contro i raggi UV, e un termocoibente contro disidratazione da caldo eccessivo o ipotermia.
E’ stato anche notato che difendono la pianta da aggressioni fungine, rendendola particolarmente refrattaria alle infezioni.
Da un altro versante un tricoma può essere visto come una vera e propria fabbrica di oli essenziali, cannabinoidi e terpeni. Dunque responsabile a pieno titolo degli effetti, psicoattivi e non, della pianta sul consumatore.


E a proposito di terpeni, di cui ci siamo occupati en passant in un recente articolo sui processi di decarbossilazione della cannabis, anche loro hanno fra le altre una funzione difensiva. Emanando il tipico aroma molto pungente dissuade infatti quegli insetti in cerca di… lattuga!


I tricomi sono insomma un insostituibile alleato per il coltivatore e il consumatore di cannabis.
Oltre a tutto ciò, a un occhio esperto i tricomi forniscono importanti dati sulla qualità e stadio di sviluppo di una pianta di cannabis.


Di che colore devono essere i tricomi di una pianta pronta per il raccolto?


Innanzitutto è bene che la pianta presenti una notevole quantità di tricomi sulla sua superficie. Questo sarà indice di un ricco contenuto di principio attivo.
Per quanto riguarda questo primo aspetto c’è poco da fare: la genetica ha un’importanza rilevante, e se si vuole ottenere una pianta ad alta resa i tricomi, oltre a una corretta coltivazione è essenziale partire da una linea genetica adatta all’uopo.

Esistono tuttavia alcuni trucchetti per indurre le cellule secretorie della pianta a incrementare l’attività. Sappiamo infatti che la maggiore o minore esposizione alla luce incide in modo determinante sulla produzione di tricomi. E in effetti, piante cresciute in prossimità dell’equatore tendono a produrre quantitativi di resina superiori. Presumibilmente per schermarsi dalla grande quantità di raggi UV.
Ecco quindi che sottoporre artificialmente la pianta a una dose maggiore di raggi UV-B  per un periodo di due o tre settimane può incrementare la produzione dei tricomi.

Recentemente, per scrupoli legati al consumo energetico, la maggior parte dei coltivatori di cannabis hanno provato a irradiare le piante con luci al LED. Che notoriamente non emettono raggi UV-B. Tuttavia essi sostengono che sottoporre la pianta a qualche seduta di “stress” la induca a incrementare la secrezione di tricomi.


Si tratta di un azzardo che costringe a una politica di prova-ed-errore, perché naturalmente esiste un punto oltre il quale lo stress diventa irrecuperabile per la pianta, la cui struttura soccombe.
La colorazione dei tricomi fornisce un ulteriore indice di crescita molto importante per il coltivatore.
Infatti i tricomi che una pianta produce durante il ciclo vegetale hanno una propria evoluzione man mano che la pianta cresce. Così come si potrebbe dire che la pianta muta le sue caratteristiche man mano che i tricomi crescono.

Osservando i tricomi attentamente al microscopio è possibile notare come passino attraverso a tre distinte fasi. In una prima fase appaiono come una distesa di steli sormontati da una capocchia, entrambi trasparenti e cristallini. In questa fase la produzione di cannabinoidi non è ancora iniziata, e dunque la pianta non è “matura”. Cioè non è pronta per il consumo.


In seguito la capocchia si farà leggermente più voluminosa e i tricomi assumeranno una colorazione più opaca, quasi lattiginosa. Si parla in questo caso di “tappeto nuvoloso”. E’ questa la fase in cui la pianta presenta la più alta concentrazione di elementi psicoattivi. Raccogliere le cime in questa fase darà un raccolto molto ricco di THC.

Dopodiché la pianta inizia una lenta essiccazione, e i tricomi assumeranno una colorazione più bruna. Che va dal color ambra al rossiccio. La pianta cessa di produrre THC. E il THC in esso contenuto inizia la conversione in CBN (cannabinolo).

La cannabis raccolta in questa fase darà un effetto meno psicoattivo e più “corporeo”, stimolando il sonno. Decidere il momento migliore per organizzare la raccolta è fondamentale.

Insomma: ad ogni fase il suo effetto, quindi… occhio ai tricomi!

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