La decarbossilazione della Cannabis: come si fa?

La decarbossilazione della Cannabis: come si fa?

Quando diciamo che la cannabis contiene THC e CBD facciamo un’affermazione imprecisa. La verità è che le varie specie di cannabis contengono potenzialmente THC e CBD. Per rendere attivi questi due cannabinoidi infatti è necessario sottoporre le infiorescenze a un processo denominato “decarbossilazione” (decarbing in inglese).

Forse chi ha fumato o vaporizzato una genuina marijuana sarà pronto a giurare che invece ne ha goduto a pieno gli effetti pur senza essere sottoposta ad alcun trattamento preventivo. Ma gli sarà sufficiente mangiare una piccola quantità di cime essiccate per avere una controprova: “cruda” non sballa perché il principio attivo resta inerte. Niente effetto psicoattivo! Mentre quando si fuma si attiva appunto (probabilmente senza saperlo) il processo di carbossilazione.


I vantaggi della decarbossilazione

Decarbossilazione è un termine un po’ astruso, ma che indica per la verità l’effetto di un processo semplicissimo: la violenta privazione dell’umidità contenuta nelle infiorescenze. Per questo fumare la marijuana sballa e mangiarla cruda no: perché fumandola viene sottoposta a una decarbossilazione istantanea che ne rende immediatamente disponibile il THC potenzialmente contenuto.

A questo punto si potrebbe pensare che un articolo con le istruzioni per sottoporre la marijuana a un processo chimico che si innescherebbe comunque fumandola, abbia poco senso. E tuttavia sempre più persone apprezzano i benefici di THC e CBD ma preferiscono non fumare cannabis.
Quindi ecco che per esempio il CBD è disponibile in una ampia gamma di formati (dall’olio alle capsule ai cristalli) ottenuti rigorosamente a partire dalla decarbossilazione della cannabis coltivata.
Ed ecco perché anche in Italia si trova una sempre maggior parte di ricette per pietanze che contengano cannabis: dal burro all’olio di cocco alla cannabis giù giù fino ai cocktail!

Come già detto in un nostro articolo precedente solo i cibi che contengono le cime possono mantenere gli effetti dei cannabinoidi contenuti e trasmetterli ai commensali. Ma perché ciò avvenga bisogna prima “cuocere” le cime. Per questo motivo mangiare una pietanza che contiene marijuana sottoposta a previa decarbossilazione sballa, mentre mangiare cime crude molto meno. E dunque pensare che sia sufficiente mettere cime nell’impasto per i biscotti che poi andranno in forno è pura illusione.

Sarà certo capitato a più di una persona di ottenere da un’ottima marijuana dei brownie che inducono un effetto drammaticamente blando. Ciò è dovuto al fatto che solo la cannabis presente sui bordi o sulla superficie dell’impasto è stata esposta a una temperatura sufficientemente elevata da consentire lo sviluppo del THC contenuto, mentre quella all’interno dell’impasto probabilmente no.
Lo stesso discorso può essere fatto per ricette al forno che prevedano temperature relativamente basse, per non parlare di tè, tisane e infusi non opportunamente preparati

Per riassumere, il consumo di cannabis: sia che si vogliano vendere prodotti a base di CBD o THC, sia che si voglia cucinare cannabis per goderne gli effetti è necessario che le infiorescenze subiscano il processo di decarbossilazione. E dunque vediamo più nel dettaglio di che si tratta.


Cosa significa decarbossilazione

Come sappiamo, la cannabis viene vista come una pianta estremamente ricca perché fra le altre cose contiene una grande quantità di cannabinoidi, i cui più noti sono appunto il THC e il CBD. Tuttavia questi due vi sono originariamente contenuti nella loro forma acida: rispettivamente THCA e il CBDA.
Perché questi possano attraversare la barriera emato encefalica del nostro cervello e sortire i ben noti effetti, è necessario che vengano sottoposti a elevate temperature che innescano reazioni chimiche. E che ne permettono la conversione in THC e CBD.

Sono reazioni chimiche che si instaurano anche spontaneamente, tramite la naturale essiccazione delle cime esposte all’aria. Ma la lentezza di questa disidratazione non consente effetti apprezzabili.
La stessa reazione chimica deve avvenire in tempi molto più rapidi, e il metodo più semplice e diffuso è la “cottura” al forno della cannabis.
Una temperatura sufficientemente elevata innesca la rapida rimozione di un gruppo carbossilico dalle infiorescenze, il quale “evapora” dalla pianta sottoforma di acqua e anidride carbonica. L’anidride carbonica è un composto che viene assorbito dalla cannabis come da qualunque altra pianta durante il suo ciclo vegetale tramite la ben nota fotosintesi clorofilliana, e che andrà a legarsi all’idrogeno per formare acido carbossilico. Questa dinamica si chiama “carbossilazione” e com’è facile intuire la decarbossilazione è il suo esatto contrario. Con la decarbossilazione i blandi effetti di THCA e CBDA vengono potenziati dai più energici THC e CBD.


E ora vediamo più specificamente come decarbossilare la cannabis in casa: un metodo semplice, sicuro e relativamente rapido. E non solo per chi vuole provare la cannabis in cucina: il decarbing è una pratica raccomandabile anche per chi desidera fumarla o vaporizzarla perché aumenta comunque la potenza del THC, del CBD e degli altri cannabinoidi contenuti.


Decarbossilazione: più facile a farsi che a dirsi

La premessa è che è bene partire da un’ottima erba. Per questo non si intende solo banalmente la qualità dell’erba (anche se è pur vero che la decarbossilazione non rende buona un’erba scarsa) ma anche la cura con cui si è effettuato il processo di essiccazione preventiva all’aria aperta. A parità di qualità della pianta di partenza, un raccolto ben curato e conservato assicura una più alta resa di THCA e CBDA e quindi una miglior base per il decarbing.
Le cime non devono presentare muffe, e l’essiccazione deve essere uniforme e non eccessiva. La quantità di cannabis è a discrezione, anche se è essenziale che consenta di distribuire uniformemente le infiorescenze nel forno, senza sovrapposizioni.

Per un decarbing efficace occorreranno una leccarda (o teglia), della carta stagnola e della comune carta da forno. E un grinder.
Il grinder, per i pochi che non lo sanno, è un macinino rotondo, rudimentale ma efficace, formato da due metà ad incastro munite all'interno di piccoli dentini disposti in modo da non entrare in collisione durante la rotazione delle due metà, rotazione che consente la macinatura. Il grinder è concepito per sminuzzare vegetali, ma non conosciamo nessuno che ci abbia macinato qualcosa di diverso dalla canapa. La prima cosa da fare è infatti proprio quella di sminuzzare finemente le nostre cime. Nel frattempo preriscaldate il forno a 110 gradi Celsius. Quest’ultimo dato non è incontestabile: alcuni preferiscono decarbossilare a 120 gradi, altri al contrario a 90.

Ovviamente una temperatura più bassa comporterà tempi di “cottura” più lunghi e viceversa: circa 75 minuti per i 90 gradi, 50 - 60 minuti per 110 gradi e appena 30 minuti col forno a 120 gradi.
Ma è bene mettere da parte la tentazione di fare in fretta: lasciando cuocere le nostre cime a temperature più basse, oltre a non correre il rischio di bruciare l’erba avremo una migliore conservazione degli aromi e dei terpeni della cannabis.

Questi ultimi, seppur nominati di rado, sono componenti essenziali delle piante di cannabis e il loro apporto è apprezzato e ricercato. Vale almeno la pena di ricordare, qui, che i terpeni sono un gruppo di idrocarburi volatili insaturi presenti negli oli essenziali di molte specie di piante, e la canapa non fa eccezione.
Seppur non psicoattivi si legano al CBD e si incaricano di molti degli effetti più benefici della pianta: hanno proprietà antinfiammatorie, antisettiche, espettoranti, analgesiche, antifungine e ci fermiamo qui. Anche se l’elenco sarebbe lungo.

Dunque, ripetiamo: le opzioni sulla temperatura del forno sono varie, ma raccomandiamo calma e pazienza. In ogni caso: è bene ricordare di mettere un timer, in quanto i tempi giocano un ruolo essenziale (per non dire… fatale!)
Dopo aver triturato le cime bisogna prendere la teglia e foderarla di carta da forno. Poi adagiarvi sopra le cime facendo attenzione a sparpagliarle bene e a non ammucchiarle, in modo che tutta la canapa sia esposta all’azione del forno.
Poi bisogna coprire la teglia con l’alluminio, come per fare un coperchio. Quest’ultima operazione va effettuata con cura non solo perché è importante trattenere l’aroma offerto dai terpeni, ma soprattutto per non disperdere immediatamente il vapore liberato dal calore.

Il vapore svolge infatti un ruolo fondamentale nella corretta essiccazione, che deve essere rapida ma non brusca.
E ora: infornare. Quando il timer suonerà è probabile che la cucina sia invasa da un aroma dolce-amaro inconfondibile. Bisogna tirare fuori la teglia e lasciarla raffreddare. Infine si può rimuovere la carta stagnola.
Se tutto è andato come dovrebbe le cime avranno un aspetto leggermente “tostato”, ma assolutamente non bruciacchiato.
Per modiche quantità si può sostituire la teglia con un pirex, sempre da chiudere accuratamente con la stagnola. Nel qual caso si rende superflua la carta da forno.


Metodi alternativi

Esistono anche altri modi per la decarbossilazione, benché meno diffusi.
Uno di questi, anche se forse meno pratico della cottura al forno, prevede la cottura a bagnomaria! Si devono mettere le infiorescenze tritate dentro a un sacchetto adatto alla cottura, e ben sigillato. Dopodiché si fa bollire il sacchetto in acqua per circa novanta minuti, facendo ben attenzione che la quantità d’acqua sia sempre sufficiente a ricoprire interamente il sacchetto.
Infine bisogna estrarre il sacchetto e lasciare raffreddare del tutto.

Et voilà!

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