Come riconoscere la cannabis contraffatta

Come riconoscere la cannabis contraffatta

Il problema della qualità

Come qualunque altra merce che goda di una considerevole domanda la cannabis ha visto moltiplicarsi le tipologie dell’offerta, le varietà di cannabis, i prezzi e le strategie di vendita. Nei Paesi in cui la coltivazione e la vendita al dettaglio della cannabis sono consentite dalla legge è ormai possibile trovare, nei punti vendita o su Internet, cannabis e derivati delle più svariate qualità.

Qualità della cannabis rese possibili da una moltitudine di incroci genetici ad hoc volti ad ottenere piante che presentino queste o quelle caratteristiche: le diverse percentuali di contenuto di THC, CBD e degli altri cannabinoidi contenuti incidono notevolmente sulla gamma di effetti che la pianta scatenerà in chi l’assume.
Così come a cambiare molto possono essere gusto, profumo, colorazione, sia che si tratti di cannabis light ad alto contenuto di CBD sia che si tratti di marijuana, quindi psicoattiva e destinata al consumo ricreazionale.

Nei Paesi che ammettono la coltivazione di cannabis, la pianta deve sottostare a rigidi standard per poter essere destinata legalmente alla vendita. Oltre alle percentuali di cannabinoidi accettabili, le piante devono essere coltivate nel rispetto delle leggi locali cui devono sottostare le coltivazioni in generale: il bando di determinati pesticidi, per esempio, o il rispetto di determinate tempistiche di semina o raccolto.

Questo significa che -al netto naturalmente delle frodi- lo Stato si fa garante del controllo del rispetto delle norme procedurali e quindi per estensione anche della qualità minima del prodotto finale.
Il discorso si complica però quando si parla di cannabis di contrabbando: è chiaro che in questo caso non esiste nessuna garanzia ufficiale sulla qualità del prodotto, e sarebbe grottesco pretenderla. Ne più ne meno che con le droghe pesanti, o qualunque altro prodotto non commercializzabile.

Inoltre, come accennato poco sopra, sappiamo bene che per esempio qui in Italia a fianco di un Monopolio di Stato dei Tabacchi è fiorito un mercato nero piuttosto sostanzioso, che produceva e produce sigarette infischiandosene di qualunque normativa. Ciò vuol dire che tabacco o cannabis di Stato non significano automaticamente tabacco o cannabis di certificata qualità (anche se per ora in Italia quello della cannabis di Stato è un problema che non si pone).
Non solo: anche recandosi in un coffee shop olandese autorizzato è possibile imbattersi in una marijuana scadente, così come è possibile mangiare pessimamente in un ristorante che ha la licenza in piena regola.

E non si tratta solo di marijuana: con un mercato crescente di cannabis light è possibile imbattersi in cime di canapa in vendita (a meno di non preferire uno dei molteplici prodotti derivati dalla lavorazione del CBD in esso contenuta: dai cristalli all’olio).

Naturalmente se avete la possibilità di coltivare in autonomia le piante che sopperiscano al vostro consumo personale il problema della marijuana contaminata o più in generale della cannabis contaminata o di scarsa qualità non si pone. Ma alla maggior parte di noi può essere utile presentare alcuni consigli per tentare di orientarsi sul mercato e sapere cosa si sta acquistando: vediamoli insieme.


Come riconoscere un’erba che sia di buona qualità? Con gli occhi...

Si potrebbe partire dal più sensato dei consigli, lo stesso che si segue al mercato del pesce: prima di tutto un occhio all’aspetto. Così come il pesce sul banco deve avere un aspetto sano e brillante, allo stesso modo anche la cannabis deve risultare… accattivante.

Ovviamente questa procedura presuppone un minimo di esperienza, o un occhio allenato. Le cime devono avere un aspetto sano fin dalla prima occhiata, con colori brillanti che possono tendere al rossiccio, al porporino, ma non devono virare decisamente al marrone. Insomma: l’erba non deve apparire rinsecchita, o pallida, o ammuffita.

Se osservata più da vicino (il top sarebbe usare una lente di ingrandimento) un’erba di buona qualità dovrebbe esibire una fitta peluria a ricoprire soprattutto le parti vegetali più prossime ai fiori. Questi “peletti” appaiono come piccoli cristalli che donano alla pianta quel vivace brillio di cui si parlava sopra e si chiamano tricomi: l’accumulo di questi tricomi si chiama kief.

Ci siamo già occupati di loro in un recente articolo: qui accenneremo solo al fatto che fra l’altro sono i responsabili dei principi attivi, e degli effetti che la cannabis può indurre nel consumatore, psicoattivi e non. Sono anche incaricati della produzione di terpeni, che danno alla cannabis i caratteristici aroma e sapore.
Quindi, in linea di massima più tricomi sono presenti sull’erba maggiori probabilità che si tratti di una buona pianta.

E sempre dando un’occhiata preventiva si possono capire altre cose. Nel caso in cui l’erba sia confezionata in bustine trasparenti (è quasi sempre così), agitate delicatamente la busta e valutate la quantità di semi e rametti contenuta assieme alle cime. Se il rivenditore è serio ed esperto non ci saranno, o quasi, semi o rametti. I semi sono un chiaro indizio di una coltivazione non ottimale, e i rametti quando non sono una svista sono aggiunti ad arte per aumentare il peso della merce.

lo stesso discorso se mai ce ne fosse bisogno va fatto per le foglie: la presenza di foglie assieme alle cime in vendita deve destare subito scetticismo. Non solo infatti le foglie sono inerti e quindi invendibili, ma è noto che un corretto processo di essiccazione del raccolto prevede una accurata eliminazione delle foglie per ridurre il rischio di formazione di muffe. E dunque la presenza di foglie potrebbe un indizio che ci troviamo di fronte a cannabis di scarsa qualità.

Oltre a ciò, le cime devono avere la giusta “compattezza”, devono avere cioè quel normale e ben noto aspetto fitto e poroso al contempo. Meno compatte le cime, maggior quantità di cannabis sarà necessaria. E tuttavia è bene anche che i fumatori sappiano che cime troppo compatte ostacolano una combustione uniforme, insomma: le canne tendono a spegnersi.

E a proposito di canne che si spengono, un altro fattore da prendere in considerazione è la citata corretta essiccazione dell’erba, che non deve essere troppo secca ma appunto nemmeno troppo umida.
Il modo migliore per valutare questo aspetto è naturalmente stringerla tra le dita e maneggiarla un po’, se possibile. Una cima di cannabis pronta per il consumo, infatti, non deve sbriciolarsi al contatto ne tanto meno polverizzarsi! Ciò vorrebbe dire che la pianta ha assorbito grandi quantità (eccessive) di luce o calore.

Ma non deve nemmeno apparire eccessivamente appiccicosa. Quest’ultimo aspetto, che potrebbe sembrare indice di un alto tasso di resina nella pianta, in alcuni casi è invece il sintomo di una essiccazione non ottimale, incompleta, con conseguente rischio di muffe o cattivi aromi e sapori.
Le infiorescenze al tatto devono sembrare croccanti e appiccicose allo stesso tempo, così come quando cercate di sminuzzarle devono opporre una certa resistenza a grinder/dita/forbicine, ma non una resistenza “gommosa”.

 

…e col naso!

E dopo aver visto come l’occhio possa aiutare a separare l’erba buona dalla cattiva, ricordate: per l’erba buona ci vuole anche… naso! Annusatela: benché i più accaniti cerchino di contraffarne gli odori con aromi artificiali, l’odore di una buona erba è inimitabile!

Un buon profumo è certamente indice di un buon gusto, e garantirà l’assenza di muffe, e anche di sostanze chimiche spruzzate sulle cime per aumentarne artificiosamente brillantezza.
E dunque: fidatevi dei terpeni e dei vostri recettori!

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